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Musei e patrimonio artistico italiano


Tutto il mondo conosce ed ammira l'immenso patrimonio d'arte, di cultura e di storia esistente nel nostro Paese.

L'Italia intera, da Nord a Sud, è da considerare un unico grande museo a cielo aperto e, come tale, andrebbe in via prioritaria tutelato e, quindi, utilizzato. L'Appia, ad esempio, celeberrima strada romana, con i suoi 500 km di percorso lungo il quale sono state rinvenute catacombe, ville, mausolei, resti di agglomerati urbani, più o meno estesi, stazioni per il cambio di cavalli e quant'altro, potrebbe essere considerato il più esteso e strabiliante "museo a cielo aperto" esistente al mondo.

Per problemi di varia natura afferenti all'inadeguatezza delle strutture esistenti e, vieppiù, alle scarse risorse economiche all'uopo destinate, i nostri musei riescono ad esporre soltanto in minima parte i reperti archeologici riferibili alle varie epoche ed ai vari popoli (italici-sanniti, italici-greci, etruschi, romani, ecc.) e persino opere pittoriche e scultoree d'epoca umanistica e rinascimentale, di grande valore economico, oltre che culturale, giacciono nei loro polverosi scantinati, criptati da certa indifferenza ed incuria degli organi preposti alla loro salvaguardia.
Per non parlare, poi, degli elementi architettonici, vestigia di un passato lontano, quali i templi pagani e cristiani, ville rustiche, cappelle e santuari, castelli e manieri, esposti a rischi di varia sorta e tutti, però, prevedibili. Pericoli provenienti dalla natura e dal clima: intemperie, alluvioni, incendi. Pericoli ben più gravi, prodotti dall'assenza di cultura e dall'inciviltà di taluni dei nostri stessi concittadini: furti, atti vandalici e addirittura, negli anni appena trascorsi, attentati terroristici.

Tutto questo rischia di compromettere in maniera grave l'esistenza dei monumenti d'interesse storico, con la conseguenza ed inevitabile distruzione della nostra stessa storia. A ciò si aggiunga, quale contributo non marginale al pericolo per la sopravvivenza di questo enorme patrimonio storico-artistico, la cronica mancanza di fondi, di personale addetto e talvolta addirittura di semplice interesse da parte degli organi istituzionali. A questa situazione i governanti attuali vorrebbero rispondere alienando in gran parte di beni culturali, ovvero vendendoli a privati: vendere la storia di un popolo significa "vendere il popolo", a dimostrazione del fatto che gli stessi cittadini, nell'ambito della ideologia aziendale e di mercato, sono considerati merce o recettori di merci.

La ricchezza artistica dell'Italia è insostituibile elemento del suo "animus", la connota come patria privilegiata della civiltà e della cultura, le conferisce quella dignità che le zone d'ombra del suo popolo troppo spesso rischiano di farle perdere: popolo che, a quanto pare, non si rende ancora conto della sua ricchezza, costituita proprio dal patrimonio artistico, che dovrebbe finalmente entrare nel quotidiano esistenziale dei singoli e della collettività.
In Italia esistono circa sessantamila tesori artistici, il 90% dei quali costituiti dai siti archeologici (dati tratti dalla rivista "National Geographic" Italia, agosto 1999).

Non è un mistero che l'incuria nella quale sono tenuti favorisce il trafugamento, da parte di tombaroli che operano sul campo, e la successiva esportazione, organizzata da associazioni criminali all'uopo organizzate, di innumerabili reperti, che vanno ad arricchire le collezioni di disonesti quanto ricchi privati. Quel che le polizie competenti riescono a recuperare non costituiscono che la minima parte degli oggetti rubati e rivenduti in prevalenza all'estero.
In questi ultimi anni, ad onor del vero, si è verificato un certo risveglio dell'interesse rispetto alle iniziative finalizzate alla salvaguardia, alla tutela ed alla promozione del nostro patrimonio artistico, con la promulgazione di nuove leggi per il cui tramite si tenta di far fronte alla difficile situazione: oltre 530 miliardi di lire stanziati dalla Presidenza del Consiglio e dall'Unione Europea per finanziare 447 progetti distribuiti tra Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, e Sardegna (POM - Piano Operativo Multiregionale per il Mezzogiorno Italiano) ed anche se questa, rispetto al nulla assoluto, può sembrare una piccola rivoluzione, non è tuttavia sufficiente.

Il settore che si occupa della cultura non ha ancora assunto la giusta rilevanza e non gode della meritata considerazione: per troppi anni, in Italia, la politica culturale è stata la "Cenerentola" dell'impegno e solo fino a poco tempo fa le risorse economiche attribuite dal Governo alle Belle Arti erano limitate a circa l'1% del bilancio annuale, essendo il ministero competente considerato di secondo piano rispetto agli altri.
Ma il fatto più sorprendente è che un Paese come il nostro, afflitto da gravissimi problemi di occupazione, trascuri l'importante settore dei beni culturali, non avendo ancora compreso quali grandissime opportunità offrano l'arte e l'ambiente ai fini della creazione di posti di lavoro, come giustamente rilevato dall'osservatorio della confartigianato.

Proprio in questi settori potrebbero aprirsi nuove possibilità per quanti sono in cerca di un'occupazione, cosa che potrebbe assumere anche notevolissime valenze di carattere sociale, poiché quello artistico ed ambientale sono spazi nei quali la locuzione "fare impresa" si coniuga e si sovrappone al vocabolo "solidarietà".
Non si tratta di una strada facile da imboccare e da seguire, ma essa, una volta trovato il coraggio di percorrerla, può condurre ad una sorprendente crescita occupazionale, soddisfacendo le legittime aspirazioni soprattutto dei tantissimi giovani disoccupati.

In verità, lo sfruttamento imprenditoriale di questo settore potrebbe configurarsi come la più grande risorsa per un Paese come l'Italia, in grado di dare un enorme impulso all'economia. Ma un tale risultato è subordinato a tutta una serie di iniziative da prendere in funzione della valorizzazione di musei ed aree archeologiche e, sotto il profilo gestionale, alla sperimentazione di nuove formule, a cui compartecipino lo Stato, gli Enti e i privati, magari associati in fondazioni di natura mista, ponendo in essere un metodo fin qui scarsamente usato: e questa sarebbe la sola legittima apertura al mondo dell'imprenditoria privata, che non diventerebbe "proprietaria" dei beni culturali, storici e artistici, ma soggetto compartecipante al loro razionale utilizzo.

Si dovrebbe fare in modo che i musei italiani pervengono allo stato di immensi contenitori di cultura, vere e proprie "cittadelle dell'arte", ove dovrebbero trovare spazio anche i cosiddetti servizi, ovvero i punti di ristoro, punti di vendita di prodotti tipici ed artigianali, book-shop, attività commerciali varie, self-service, oltre che accademie di produzione e di promozione di prodotti dell'arte contemporanea. Tradotto in parole pratiche i musei dovranno diventare dei veri e propri centri propulsori, nei quali l'arte sarà l'elemento trainante ed unificante di un pullulare di iniziative.
Per ciò che riguarda le strutture già esistenti, è necessario un incremento delle visite in orari diversi da quelli normalmente destinati all'uopo, creando collegamenti diretti tra scuole e musei.

Sull'esempio di Roma, ove si è formata una "legione di accompagnatori" per le visite al Colosseo ed ai Fori Imperiali, sarà indispensabile incrementare il numero degli accompagnatori turistici competenti in materia di storia e di arte, per le visite a musei e siti archeologici, magari istituendo una nuova figura professionale, quella degli "operatori del settore turistico culturale ed ambientale" il cui compito sarà quello di organizzare "viaggi culturali" nei musei per studenti e per turisti di ogni età.
Tenendo presente che ogni visita può trasformarsi in un interessante viaggio pedagogico, la nuova figura professionale dovrebbe creare ad hoc itinerari didattici che vadano al di là della semplice lettura delle targhe affisse sotto opere, reperti, beni monumentali ecc., usando metodologie specialistiche che innalzino il livello di qualità dei servizi offerti in questo settore; non, dunque, la classica guida, magari dipendente dalla struttura museale, ma un vero e proprio libero professionista. Questa sarebbe un'eccezionale possibilità di realizzazione professionale offerta alle migliaia di giovani laureati, all'atto ancora disoccupati.

Non bisogna dimenticare che solo nel 1997, ad esempio la voce "turismo" ha prodotto in Italia un giro di affari pari a circa duecentomila miliardi di cui almeno un quarto proviene dal turismo culturale, cifra da considerare in crescita, tanto che la sopravvivenza economica delle città d'arte quali Roma, Firenze, Venezia, Assisi ecc., in futuro potrà dipendere quasi esclusivamente dal flusso dei turisti che ivi si riuscirà ad indirizzare.
Senza poi scordarsi dei ruolo preponderante che esso potrebbe assumere nella "salvezza" di zone economicamente in crisi come il nostro Meridione: occorre prendere in seria considerazione le enormi potenzialità turistiche del Sud, capace di offrire accanto ai richiami storico - culturali, quelli ambientali. Il binomio cultura-mare, o cultura - montagna, potrebbe rivelarsi un richiamo irresistibile, sempre che si operi instaurando determinate condizioni.

Il Meridione è ricco di monumenti dei quali spesso si ignora persino l'esistenza o che, se pur conosciuti, non sono facilmente raggiungibili da parte di turisti. Occorre quindi porre in essere una piccola rivoluzione culturale, il cui primo passo consista proprio nel visibilizzare al massimo le gradi potenzialità artistico-culturali del nostro Sud, considerato fin qui soltanto come aggregato di ameni luoghi balneari, talché proprio i beni culturali possano essere in futuro più prossimo possibile il perno dei processi di sviluppo economico e sociale.
Questo comporta l'esigenza di provvedere, logicamente, ad infrastrutturare il territorio, soprattutto costruendo ex novo o migliorando la qualità della rete viaria.
Lunghissimo sarebbe l'elenco dei beni sui quali si può e si deve intervenire, con la salvaguardia ed il conseguente utilizzo a fini turistici culturali.

La salvezza dei tesori nazionali dovrà entrare nei pensieri, nella cultura e persino nell'abitudine degli italiani: non bisogna incorrere nel grosso e grossolano errore di ritenere gli stranieri unici fruitori del nostro patrimonio nazionale, in quanto esso appartiene a tutti noi, nello stesso tempo custodi e, a pieno diritto, utenti di esso. Il settore culturale, in sostanza, deve uscire dal dormiveglia attuale, con l'avvento di idee e di uomini nuovi e, soprattutto, della carica di energia che si libera quando agli uomini che hanno delle idee è concesso di metterla in pratica.

Pur essendo essenziale la collaborazione degli Enti nazionali e sovranazionali (Stato, Comunità Europea ecc.), il destino è soprattutto nelle mani di "privati che credono in questo settore ed in esso investano energie e capitali": ferma restando la proprietà dello Stato, che però non dovrà imbrigliare le eventuali iniziative nelle reti strette di una burocrazia troppo lenta, antiquata rispetto alle esigenze dei tempi moderni, che mutano forma in continuazione.

I Liberali democratici Europei sono fermamente convinti che questo Paese s'avvierà sulla strada della ricchezza quando nei suoi cittadini maturerà l'obbligo etico di proteggere il patrimonio culturale, dimostrando in tal modo di aver finalmente compreso a chi esso appartiene e chi ne siano i soli proprietari: loro stessi.

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