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La responsabilità sociale nello sport


I numerosi casi di doping emersi alle Olimpiadi di Atene 2004 mi inducono ad affrontare una tematica considerata scomoda e che raramente viene presa in considerazione dal mondo sportivo.
Mi sento in dovere di farlo, poiché vorrei cercare di offrire un contributo positivo per il futuro e la credibilità dello sport.
Il principio fondamentale su cui si dovrebbe sempre basare l’attività sportiva è l’evoluzione della persona considerata nella sua totalità a cominciare proprio dal suo modo di rapportarsi e interagire con l’ambiente circostante, ovvero con gli altri esseri umani. In una parola, occorre che lo sport concorra alla formazione educativa dell’individuo. Pertanto lo sport, a cominciare da quello olimpico, foriero di un notevole valore esemplare, deve fondarsi su comportamenti ispirati alla lealtà, al rispetto delle regole e dell’avversario, al fair play.
Nell’epoca nostra, dominata da un dilagante processo di globalizzazione, anche le organizzazioni sportive professionistiche sono diventate fulcri di grande potere sociale, politico ed economico: al centro della qual cosa si colloca, con un ruolo fondamentale, l’atleta. Nello stesso tempo mai come oggi la società si mostra ricettiva agli input, palesi o subliminali, provenienti da branche quali quella sportiva: perciò è ben evidente che gli interpreti del mondo dello sport sono portatori di precisi doveri, ovvero di una eccezionale “responsabilità sociale”.
Quanto più un atleta è illuminato dalla luce dei riflettori mediali, tanto più ha l’obbligo di uniformare la sua azione ad una “etica sportiva”, fondata sul rispetto delle regole, del codice d’onore e di norme ordinarie, soprattutto per quel che concerne il suo comportamento verso le altre persone.
Egli, inoltre, ha un dovere di “responsabilità sociale”, ovvero “l’obbligo dell’atleta di prendere decisioni o di seguire linee di comportamenti che siano in sintonia con i valori e con gli obiettivi della società in cui vive, indipendentemente dall’attività agonistica sportiva”.
L’atleta è un soggetto giuridico, e ciò significa essere titolare di diritti e doveri riferiti al proprio stato: quindi è libero di agire, ma sempre nel rispetto delle norme imposte dall’ordinamento giuridico e quindi dalla società.
Inoltre, l’atleta deve essere conscio del fatto che, per quello che rappresenta non solo dal punto di vista agonistico, ha dei doveri verso la società, primo tra i quali è quello della sua compartecipazione ad iniziative di pubblico interesse.
Infatti man mano che l’atleta raggiunge i risultati agonistici di un certo valore o di prestigio, maggiormente deve accrescersi in lui il senso del dovere di “responsabilità sociale”.
I motivi che dovrebbero indurre lo sportivo a far suo il concetto di “responsabilità sociale” sono vari, ma proviamo ad elencarne alcuni.
1) Il comportamento socialmente responsabile è compatibile con l’interesse dell’atleta, che è quello di raggiungere un risultato agonistico.
2) Il traguardo sportivo non è l’unica cosa che la società si aspetta dall’atleta.
3) Il successo nello sport, nel lungo termine, dipende anche dalla capacità dell’atleta ad inserirsi nella società. La “responsabilità sociale” può offrire un forte contributo affinché ciò si realizzi.
4) L’atleta, attraverso la “responsabilità sociale”, può offrire un forte contributo al miglioramento della qualità della vita di persone fisiche, associazioni, comunità locali.
5) L’atleta socialmente responsabile crea un’immagine positiva agli occhi dell’opinione pubblica.
C’è differenza tra chi non viola le norme ordinarie e i regolamenti sportivi e lo sportivo che è moralmente e socialmente responsabile.
L’atleta, anche più di un manager di una grande azienda, ha la possibilità di farsi carico della “responsabilità sociale” per il tramite di azioni socialmente utili.
Egli, rispetto al manager di un’azienda, è agevolato nell’esercizio di tali attività perché non è tenuto a vincolare la sua azione alla “responsabilità sociale secondo la concezione ristretta”, non è obbligato a rispondere, come i manager, all’esigenza aziendale di conseguire utili, ovvero agli interessi della proprietà privata, i quali non sempre sono compatibili con quelli della società civile.
Invece lo sportivo non ha di queste responsabilità ristrette all’interesse particolare, pur essendo portatore dell’interesse di centrare bersagli agonistici e vittorie che gli consentiranno di trovare giusta ricompensa economica: la qual cosa non comporta affatto un “conflitto d’interesse”, perché egli può esercitare l’azione “socialmente responsabile” al di fuori e non in contrasto con la sua attività sportiva e agonistica, utilizzandola, anzi, per dare maggior forza di penetrazione all’azione sociale collaterale.
Va evidenziato che la “responsabilità sociale” non deve essere confusa con gli atti di liberalità, che invece si producono quando una persona fisica o un ente collettivo pongono in essere un atto di donazione a favore di individui o associazioni bisognose.
In altri termini, la “responsabilità sociale” non deve essere identificata con la solidarietà, almeno non con quella di facciata, posta in essere talvolta soltanto per giovare alla propria immagine pubblica: è il caso di atleti che abbiano qualcosa da far dimenticare, come l’uso del doping in un determinato periodo della loro carriera, per il tramite di iniziative benefiche che riciclino la loro figura circondandola di nuova considerazione sociale. Alla base della “responsabilità sociale”, che si estrofletta in atti utili alla società, deve esserci un comportamento limpido, al di sopra di ogni sospetto, perché altrimenti qual si voglia azione, per benemerita che sia, ne risulta falsata e snaturata.
La crescita dell’uomo e dell’atleta deve per forza di cose seguire i binari di un comportamento moralmente responsabile nei confronti di se stesso e della propria famiglia, della società e soprattutto di quella giovanile, dell’istruzione, della cultura e così via.
1) Verso se stesso ed i propri familiari: l’atleta che fa uso di sostanze illecite innanzitutto danneggia la propria salute, procurandosi conseguenze nocive che possono manifestarsi anche dopo molti anni dalla cessazione dell’attività sportiva. Questa è stata la malaugurata sorte di alcuni grandi atleti che, a fronte di un albo ricolmo di allori, versano oggi in gravi condizioni di salute o sono addirittura deceduti precocemente.
Oltretutto l’etichetta di “dopato” è qualcosa di infamante, che depriva l’atleta stesso della soddisfazione derivante da un successo ottenuto attraverso il sacrificio personale e l’onestà intellettuale. Oltretutto annullerà qual si voglia credibilità sia nell’ambiente dello sport e sia in quello familiare, cosa ancora più umiliante.
2) Verso l’ambiente sportivo: violare le regole sportive al giorno d’oggi significa anche sconfinare, come nel caso del doping, nel reato penale. La legge bolla quindi alcuni comportamenti etichettandoli come delinquenziali. Con che animo, dunque, si presenterà ai blocchi di partenza o in pedana un atleta consapevole di essersi macchiato di una colpa così grave? E non giustifica tali comportamenti il processo di emulazione, che induce molti ad annullare il senso di colpa nel raffronto con chi sbaglia. Il ragionamento è semplice: lo fanno in molti e pertanto posso farlo anch’io. Nulla di più erroneo, considerato che la maggioranza degli atleti non ricorre alle pericolose ed immorali scorciatoie della chimica.
3)Verso la collettività e i giovani: l’atleta che fa uso di doping può essere catalogato nella categoria dei “cattivi maestri” per la collettività e, soprattutto, per i giovani, che vedono in lui un esempio da emulare: un campione ha una responsabilità in più verso tutti coloro che desiderano emergere nello sport.
E’ “responsabilità sociale” dell’atleta la trasmissione dei comportamenti e dei valori che sono alla base dello sport, primo tra tutti l’onestà, cui debbono accompagnarsi, specialmente in considerazione dei tempi attraversati da conflitti etnici, razziali o religiosi, la tolleranza sociale e interrazziale, il rispetto dell’essere umano a prescindere da qual si voglia particolarità. Come può trasmettere un messaggio di rispetto nei confronti altrui colui il quale non rispetti neppure se stesso? Occorre, di contro, che gli atleti mettano a profitto il loro ascendente sul mondo giovanile per mostrare, e non soltanto spiegare con vuote chiacchiere, qual è il giusto modo di rapportarsi al mondo sportivo, evitando il ricorso alle strade erroneamente considerate brevi, soprattutto perché esse transitano per un successo effimero, ma conducono rapidamente all’ospedale o al cimitero.
Bisogna far comprendere ai giovani che nulla vale quanto la propria integrità fisica.
Oltretutto, tra i maggiori insegnamenti che si possono attingere alla pratica sportiva c’è quello del senso di giustizia: deve vincere colui il quale sia riuscito a diventare migliore degli altri e non semplicemente più “furbo”, soprattutto perché la presunta “furbizia”, in questo caso, è nei fatti una pericolosa “ingenuità”. Inoltre dobbiamo spiegare ai giovani che come nello sport il sacrificio di duri allenamenti porta al grande risultato, così pure nella vita quotidiana l’impegno nel proprio lavoro viene ripagato con successi professionali.
4)L’istruzione: proprio per i principi e gli insegnamenti di cui è portatore, lo sport deve avere una giusta collocazione nell’ambito del sistema di istruzione di ogni Stato. Non si può prescindere dall’attività fisica ove si voglia raggiungere l’obiettivo di pervenire ad una completa educazione dei giovani. La qual cosa è nota a tutti i moderni pedagogisti, i quali, fondando le loro idee sulla psicologia scientifica, riaffermano il principio olistico nell’essere umano: corpo e mente non sono affatto sistemi l’un dall’altro svincolati e autonomi. L’essere umano è una “unità” inscindibile, al cui funzionamento concorrono funzioni interagenti e non svincolate l’una dall’altra. È una certezza, questa, già raggiunta dai greci e dai romani ed espressa nella celebre formula “mens sana in sano corpore”. Non a caso, accanto alle antiche Accademie elleniche sorgevano i “ginnasi”, ovvero le palestre. E’ stata la mentalità formatasi nei lunghi secoli medioevali, attraversati da un rifiuto totale della fisicità a tutto vantaggio della spiritualità, a relegare il corpo umano in un ruolo subalterno rispetto allo spirito o, in tempi di illuminismo, alla ragione. Oggi è ampiamente dimostrato che la mortificazione del corpo, se non è funzionale ad istanze ascetiche, non giova affatto alla spiritualità, anzi la deprime ed anche tra le persone più religiose si viene diffondendo il concetto che il corpo va curato essendo esso il “tempio dello spirito”, ovvero un dono gratuito di Dio. Sanno bene i pedagoghi, inoltre, che il rendimento mentale, in presenza di malesseri fisici, è nettamente compromesso, a meno che non si tratti di “talenti naturali”, quali ad esempio il Leopardi, che dagli stessi trovano alimento per la formulazione di nuove idee e addirittura di nuove filosofie (anche se quasi tutte improntate ad un pessimismo cosmico). Pertanto, chi ambisca a vivere un’esistenza felice ed appagante, obiettivo della grandissima maggioranza della progenie umana, deve per forza di cose coltivare la propria salute attraverso l’esercizio fisico, il quale deve rientrare, dopo venti secoli di latitanza, a pieno titolo nell’offerta formativa scolastica, se è vero che la scuola moderna si pone quale obiettivo precipuo “la formazione dell’uomo e del cittadino”. L’anacronistica visione di una scuola che offra soltanto l’odore dell’educazione fisica, relegata in due ore settimanali, spesso quelle che concludono la giornata, è ormai anacronistica e, non mi stancherò mai di ripeterlo, per certi versi anche pericolosa. Per questo io ritengo che l’atleta, al termine della sua carriera agonistica, debba far fruttare la propria esperienza a pro delle nuove leve della società, a beneficio dei giovani: altrimenti il patrimonio empirico accumulato viene miseramente messo da parte, inutilizzato, nel polveroso magazzino di un nostalgico amarcord.
5) La cultura: in considerazione del fatto che lo sport costituisce uno strumento essenziale di integrazione sociale e di educazione, poiché riguarda tutte le classi sociali e tutti i gruppi di età della popolazione, l’atleta ha il dovere di promuovere e di diffondere, attraverso lo sport, valori come la “lealtà”, la “solidarietà”, le “pari opportunità”, ovvero quel complesso di riferimenti comportamentali di natura etica che formano, assommati, la “cultura” dello sport, nell’accezione di “mentalità”.
Essa cultura è la fonte alla quale la società, e soprattutto i giovani, possono attingere una serie di indicazioni edificanti alle quali uniformare i propri comportamenti in ambito sportivo e non. Innanzitutto il rifiuto completo dei mezzi illeciti e la valorizzazione contestuale di quelli fondati sulle capacità personali: è etico tutto ciò che valorizza se stessi senza ledere gli altri. Il ricorso al doping si presta molto bene quale esempio: chi si imbottisce di farmaci funzionali al miglioramento delle prestazioni agonistiche non rovina soltanto se stesso ma defrauda gli altri del loro diritto all’autovalorizzazione attraverso il sacrificio. Un ladro è sempre un ladro, sia che rubi oggetti preziosi e sia che derubi i suoi simili della meritata gloria (ma nel caso dello sport agonistico anche dei proventi derivanti dalla vittoria). Insomma, il comportamento illecito in campo sportivo è avvertito oggi di tale gravità dalla società che il legislatore è stato costretto a penalizzare certe fattispecie comportamentali, che oggi prevedono addirittura, in via sanzionatoria, la deprivazione della libertà attraverso l’istituto della reclusione. E l’unico argine è proprio nel consolidamento della “cultura” sportiva, che deve essere diffusa il più possibile, al fine di frenare il dilagare di un vero e proprio problema morale, che distende i suoi tentacoli nell’attività tanto di alcuni dirigenti sportivi quanto di alcuni atleti.
Gli aspetti che più di tutti pongono in evidenza il problema della questione morale nello sport sono la corruzione, il doping, l’illecito sportivo. Si tratta, purtroppo, di fattispecie comportamentali che sempre più spesso si verificano nel mondo dello sport.
1) La corruzione: consiste nell’offrire denaro o qualcosa di valore ad una persona per influenzare il suo giudizio o la sua condotta comportamentale.
Nel mondo degli affari, specialmente in alcuni Paesi, questo tipo di comportamento, per la sua diffusione, può essere considerato quasi normale, ma, in moltissimi casi, quando si verifica, si violano le norme previste nel codice civile o penale, e in ogni modo resta comunque un’azione immorale.
Nello sport professionistico, uno sportivo che vende l’esito di una gara in cambio di denaro o di oggettistica di valore è soggetto al reato di corruzione.
Oggi, in alcuni sport professionistici, si verificano casi in cui alcuni atleti, che pur guadagnano cifre esorbitanti, vendono il risultato di una gara per poche migliaia di euro.
Inutile dilungarsi su di un argomento siffatto, la cui aberrazione è talmente lampante da produrre una ripulsa collettiva con il semplice accenno: costoro non commercializzano soltanto dei risultati sportivi, ma svendono il complesso sistema etico alla base dello sport e la loro stessa dignità.
2) Il Doping: l’art. 1 della Legge 14 Dicembre 2000 n. 376 (in G.U. del 18 Dicembre 2000, n. 294) “Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping”, definisce quest’ultimo: “La somministrazione o l’assunzione di farmaci e di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, equiparandovi la somministrazione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione di pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche, finalizzate e comunque idonee a modificare i risultati dei controlli sull’uso dei farmaci, delle sostanze e delle pratiche indicati nell’art. 2 della legge stessa”.
Credo, che tutto il mondo dello sport debba far quadrato per combattere in modo definitivo questo grave problema, attraverso delle iniziative che si debbano aggiungere a quelle già in atto per la tutela dei regolamenti sportivi e alle leggi ordinarie. Ad esempio, un atleta squalificato per un caso di positività al doping, una volta scontata la sanzione, attraverso un accordo tra gli organizzatori delle
manifestazioni sportive a livello nazionale o internazionali, non dovrebbe più essere invitato a partecipare a gare sportive. Non si può considerare, infatti, colposo un comportamento in tal senso, che è sempre determinato da un dolo, ovvero da una volontà fraudolenta di emergere, attraverso la pratica illegale, sui competitori, con la conseguente grave violazione dei diritti altrui.
3) Illecito sportivo: si verifica quando un associato viola norme dello Statuto e dei regolamenti federali o altra disposizione vigente ed a cui l’ordinamento stesso ricollega una sanzione di carattere disciplinare.
Dunque, un atleta che sia portatore di “responsabilità sociale” deve innanzitutto astenersi dal porre in essere i comportamenti sopra descritti, perché in presenza di essi qual si voglia gesto apparentemente finalizzato al bene sociale si annulla di fatto.
Ma in che cosa possono concretizzarsi le iniziative che un atleta può intraprendere nel quadro della sua “responsabilità sociale”?
1) Se l’atleta è un diplomato ISEF o laureato in Scienze motorie, potrebbe dedicare un’ora a settimana per far fare attività motoria a un gruppo di disabili o di anziani.
2) Se invece è un libero professionista, ad esempio un avvocato, potrebbe assistere gratuitamente una persona o un gruppo socialmente utile; se è medico potrebbe offrire assistenza sanitaria agli anziani, sempre per un tempo limitato.
3) Se l’atleta è un professore potrebbe offrire un’ora di insegnamento di una materia, ad esempio della storia del nostro Paese, ad un gruppo di giovani.
4) Se l’atleta è un fisioterapista, potrebbe offrire due ore a settimana della sua attività professionale a favore di un’associazione di disabili o di un gruppo di anziani.
5) Se l’atleta è in grado professionalmente di collaborare con scuole di formazione, potrebbe offrire corso di aggiornamento a favore di associazioni studentesche.
6) L’atleta potrebbe assumere, per un tempo limitato, le vesti di volontario in associazioni quali la Croce Rossa o in organizzazioni come i Boy Scout.
7) Potrebbe ad esempio mettere a disposizione la sua immagine per cause edificanti o a pro di associazioni benefiche quale testimonial.
Si tratta, ovviamente, soltanto di esempi raccolti in un elenco estremamente riduttivo. In realtà, per come vanno le cose nell’epoca nostra, il mondo ha proprio bisogno di tutto, dall’assistenza alimentare a quella spirituale. Non ha alcun alibi, perciò, chi non sacrifica una piccolissima parte del suo tempo e delle sue energie al miglioramento delle condizioni generali della nostra società e di quelle più svantaggiate. Forse l’impegno costituirà soltanto una goccia nell’oceano, ma l’oceano non è forse fatto di gocce?

 

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