Pietro Mennea: per Barletta un nuovo grande primato

 


La riforma del sistema previdenziale


La società italiana negli ultimi 50 anni si è completamente trasformata nelle sue componenti socio economici: tra i fenomeni socio-demografici basta qui accennare al processo di invecchiamento della popolazione ed alla durata della vita media (che va sempre più aumentando).

Anche il mondo del lavoro è completamente cambiato; basta accennare alla trasformazione del rapporto di lavoro conseguente alla introduzione di nuove tecniche: esempio il telelavoro (che non comporta la presenza fisica del lavoratore sul luogo di lavoro); la frammentabilità dei nuovi processi produttivi (che possono svolgersi in luoghi e momenti diversi e con modalità organizzative flessibili); il controllo sull'operato del lavoratore e sulla sua affidabilità e lealtà all'azienda (proprio nel campo delicatissimo della proprietà intellettuale).
Il lavoro non è più fisso e non dura tutta la vita: il rapporto di lavoro è sempre più spesso rappresentato da incarichi temporanei legati a specifici progetti, con conseguente necessità di abituarsi a cambiamenti di luoghi, modi e stili di lavoro e di vita. Il "nuovo" mondo del lavoro è stato, del resto, recepito dal legislatore che lo ha disciplinato con la c.d. legge Biagi.

Anche il mondo produttivo si è trasformato: le imprese cercano sempre maggiore flessibilità nell'organizzazione della produzione, riducendo gli immobilizzi in scorte, materie prime ed immobili di ogni tipo, in ciò sempre più favorite dagli sviluppi della tecnologia dell'informazione e lo sviluppo delle reti; va sempre più accentrandosi la perdita di qualsiasi rapporto tra redditività dell'impresa e patrimonio netto, tant'è che le imprese "delegano" tutte le attività, prendendo, tra l'altro, in leasing o in fitto gli strumenti produttivi, specie gli immobili.

A queste mutate condizioni socio-economiche della società italiana, ed a questa flessibilità e precarietà del lavoro, ha fatto seguito anche un mutamento dei bisogni da tutelare, e l'esigenza di un sistema previdenziale capace di fare fronte ai grandi cambiamenti socio-economici, ed ai "nuovi" rischi della nostra epoca, tenendo presente che la sicurezza sociale ha sempre svolto un ruolo essenziale nell'accompagnare e favorire i grandi processi di trasformazione economica. La tutela previdenziale è sempre in funzione della diversificazione dei rapporti e del mercato del lavoro, e quindi, dei bisogni di protezione che ne scaturiscono (è necessario sempre l'adeguamento del sistema previdenziale ai radicali processi di trasformazione in atto nel mercato del lavoro).

Occorre infatti ricordare che i bisogni oggi tutelati dal sistema previdenziale italiano, e cioè i rischi sociali in ordine ai quali la legge ricollega per l'assicurato la tutela previdenziale, sono l'età (biologica o lavorativa), l'invalidità, l'inabilità, la morte (le prestazioni erogate dagli enti previdenziali sono, infatti, oltre alla pensione di vecchiaia, la pensione di anzianità, la pensione di invalidità-inabilità, la pensione ai superstiti).
Tali menzionati eventi sono stati "individuati" dal legislatore italiano negli anni 30, e sono relativi ad una società che non esiste più perché completamente trasformata, con nuovi bisogni da tutelare (vi sono invece, norme che proteggono troppo alcuni soggetti e troppo poco altri).
Stante i citati mutamenti della società, è evidente che si avverte la necessità di una rimodulazione dei bisogni sociali, e quindi degli eventi al verificarsi dei quali intervenire.

E fra i bisogni di cui si avverte sempre più la necessità di una adeguata tutela c'è "l'abbandono" e la "solitudine" del cittadino anziano (conseguenza della nuova composizione dei nuclei familiari, composti di norma dai genitori ed un figlio), cui non interessa tanto percepire una pensione di importo elevato (ma comunque sempre di importo adeguato alle sue esigenze di vita), quanto una "casa" confortevole in cui essere accudito e curato, possibilmente in compagnia di altri coetanei anziani (evento che potrebbe essere tutelato sia con la creazione di apposite case di riposo che con specifiche convenzioni con case di riposo).

Da queste premesse, è di tutta evidenza come la riforma del sistema previdenziale italiano non può essere affrontata solo in termini di "riduzione" della spesa (come è avvenuto fino ad oggi, e come viene affrontato con la riforma in discussione in Parlamento), atteso che oggetto di tutela della previdenza sociale sono i bisogni che riguardano i soggetti più deboli della società (gli anziani), con "scarsa" capacità contrattuale, ma con "elevata" tutela nella Carta costituzionale.

La riforma del sistema previdenziale può essere affrontato, invece, partendo da una rimodulazione dei bisogni sociali: ciò potrebbe comportare non soltanto una riduzione delle spese sociali, ma soprattutto una migliore tutela sociale e quindi uno stato sociale più consono ad una moderna società civile.
La riforma del sistema previdenziale non deve, però, soltanto tutelare i nuovi bisogni; è necessario infatti un sistema previdenziale capace ad adattarsi ai fenomeni socio-demografici che possono incidere sull'equilibrio finanziario del sistema previdenziale.
E così che, preso atto dell'invecchiamento della popolazione, della durata della vita media che va ogni anno aumentando, è opportuno una necessaria, attenta riflessione, sia sull'innalzamento o meno dell'età pensionabile per il diritto alla pensione di vecchiaia, che sulla opportunità di introdurre il sistema contributivo di calcolo delle pensioni ( sempre comunque con il sistema del pro rata, facendo così salvi i diritti quesiti).

E' necessario, poi, incentivare (fiscalmente) il decollo della previdenza integrativa, al fine di consentire al lavoratore di "costruirsi una integrazione di quella tutela previdenziale che lo Stato non è più in grado di garantire (prendendo atto che la riforma Dini del 1995 ha determinato - e sta determinando - una riduzione degli importi pensionistici)
E così che preso atto del "nuovo" mercato del lavoro disciplinato dalla c.d. legge Biagi, caratterizzato dalla "precarietà" dei rapporti di lavoro, è opportuno e necessario intervenire sugli ammortizzatori sociali, essendo l'attuale disciplina superata dalla recente legge Biagi sul mercato del lavoro : la recente legge Biagi sul mercato del lavoro, del resto, può decollare solo se viene completata da una riforma degli attuali ammortizzatori sociali (con una disciplina capace di attenuare le difficoltà conseguenti alla circolarità nelle occupazioni).

Una riforma non limitata alle pensioni ma estesa a tutto il welfare, e quindi una riforma intesa non solo come strumento per fare "cassa" ma per meglio tutelare i soggetti più deboli della società (oltre che i nuovi "bisogni"), darebbe sicurezza soprattutto alle giovani generazioni che vivono in prima persona la precarietà dei rapporti di lavoro e la paura di non poter arrivare ad una pensione decente .

Solo così è possibile porre fine al disorientamento dell'opinione pubblica sul futuro delle pensioni (e dello stato sociale in generale) che si è posta in questi ultimi anni (in conseguenza anche delle troppi voci e troppi litigi fra le forze politiche) la domanda: conserverò la pensione che percepisco? Avrò una pensione quando sarò vecchio? A quanto ammonterà la pensione?.
Con una riforma di tutto il welfare ( e non limitata, quindi, alle pensioni) sarebbero evitati squilibri gestionali al sistema previdenziale, oltre che l'adattamento della previdenza alla realtà socio-demografica in corso.

Indietro