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La riforma del sistema previdenziale
La società italiana negli ultimi 50 anni si è completamente
trasformata nelle sue componenti socio economici: tra i fenomeni
socio-demografici basta qui accennare al processo di invecchiamento
della popolazione ed alla durata della vita media (che va sempre
più aumentando).
Anche il mondo del lavoro è completamente cambiato; basta
accennare alla trasformazione del rapporto di lavoro conseguente
alla introduzione di nuove tecniche: esempio il telelavoro (che
non comporta la presenza fisica del lavoratore sul luogo di lavoro);
la frammentabilità dei nuovi processi produttivi (che possono
svolgersi in luoghi e momenti diversi e con modalità organizzative
flessibili); il controllo sull'operato del lavoratore e sulla sua
affidabilità e lealtà all'azienda (proprio nel campo
delicatissimo della proprietà intellettuale).
Il lavoro non è più fisso e non dura tutta la vita:
il rapporto di lavoro è sempre più spesso rappresentato
da incarichi temporanei legati a specifici progetti, con conseguente
necessità di abituarsi a cambiamenti di luoghi, modi e stili
di lavoro e di vita. Il "nuovo" mondo del lavoro è
stato, del resto, recepito dal legislatore che lo ha disciplinato
con la c.d. legge Biagi.
Anche il mondo produttivo si è trasformato: le imprese cercano
sempre maggiore flessibilità nell'organizzazione della produzione,
riducendo gli immobilizzi in scorte, materie prime ed immobili di
ogni tipo, in ciò sempre più favorite dagli sviluppi
della tecnologia dell'informazione e lo sviluppo delle reti; va
sempre più accentrandosi la perdita di qualsiasi rapporto
tra redditività dell'impresa e patrimonio netto, tant'è
che le imprese "delegano" tutte le attività, prendendo,
tra l'altro, in leasing o in fitto gli strumenti produttivi, specie
gli immobili.
A queste mutate condizioni socio-economiche della società
italiana, ed a questa flessibilità e precarietà del
lavoro, ha fatto seguito anche un mutamento dei bisogni da tutelare,
e l'esigenza di un sistema previdenziale capace di fare fronte ai
grandi cambiamenti socio-economici, ed ai "nuovi" rischi
della nostra epoca, tenendo presente che la sicurezza sociale ha
sempre svolto un ruolo essenziale nell'accompagnare e favorire i
grandi processi di trasformazione economica. La tutela previdenziale
è sempre in funzione della diversificazione dei rapporti
e del mercato del lavoro, e quindi, dei bisogni di protezione che
ne scaturiscono (è necessario sempre l'adeguamento del sistema
previdenziale ai radicali processi di trasformazione in atto nel
mercato del lavoro).
Occorre infatti ricordare che i bisogni oggi tutelati dal sistema
previdenziale italiano, e cioè i rischi sociali in ordine
ai quali la legge ricollega per l'assicurato la tutela previdenziale,
sono l'età (biologica o lavorativa), l'invalidità,
l'inabilità, la morte (le prestazioni erogate dagli enti
previdenziali sono, infatti, oltre alla pensione di vecchiaia, la
pensione di anzianità, la pensione di invalidità-inabilità,
la pensione ai superstiti).
Tali menzionati eventi sono stati "individuati" dal legislatore
italiano negli anni 30, e sono relativi ad una società che
non esiste più perché completamente trasformata, con
nuovi bisogni da tutelare (vi sono invece, norme che proteggono
troppo alcuni soggetti e troppo poco altri).
Stante i citati mutamenti della società, è evidente
che si avverte la necessità di una rimodulazione dei bisogni
sociali, e quindi degli eventi al verificarsi dei quali intervenire.
E fra i bisogni di cui si avverte sempre più la necessità
di una adeguata tutela c'è "l'abbandono" e la "solitudine"
del cittadino anziano (conseguenza della nuova composizione dei
nuclei familiari, composti di norma dai genitori ed un figlio),
cui non interessa tanto percepire una pensione di importo elevato
(ma comunque sempre di importo adeguato alle sue esigenze di vita),
quanto una "casa" confortevole in cui essere accudito
e curato, possibilmente in compagnia di altri coetanei anziani (evento
che potrebbe essere tutelato sia con la creazione di apposite case
di riposo che con specifiche convenzioni con case di riposo).
Da queste premesse, è di tutta evidenza come la riforma
del sistema previdenziale italiano non può essere affrontata
solo in termini di "riduzione" della spesa (come è
avvenuto fino ad oggi, e come viene affrontato con la riforma in
discussione in Parlamento), atteso che oggetto di tutela della previdenza
sociale sono i bisogni che riguardano i soggetti più deboli
della società (gli anziani), con "scarsa" capacità
contrattuale, ma con "elevata" tutela nella Carta costituzionale.
La riforma del sistema previdenziale può essere affrontato,
invece, partendo da una rimodulazione dei bisogni sociali: ciò
potrebbe comportare non soltanto una riduzione delle spese sociali,
ma soprattutto una migliore tutela sociale e quindi uno stato sociale
più consono ad una moderna società civile.
La riforma del sistema previdenziale non deve, però, soltanto
tutelare i nuovi bisogni; è necessario infatti un sistema
previdenziale capace ad adattarsi ai fenomeni socio-demografici
che possono incidere sull'equilibrio finanziario del sistema previdenziale.
E così che, preso atto dell'invecchiamento della popolazione,
della durata della vita media che va ogni anno aumentando, è
opportuno una necessaria, attenta riflessione, sia sull'innalzamento
o meno dell'età pensionabile per il diritto alla pensione
di vecchiaia, che sulla opportunità di introdurre il sistema
contributivo di calcolo delle pensioni ( sempre comunque con il
sistema del pro rata, facendo così salvi i diritti quesiti).
E' necessario, poi, incentivare (fiscalmente) il decollo della previdenza
integrativa, al fine di consentire al lavoratore di "costruirsi
una integrazione di quella tutela previdenziale che lo Stato non
è più in grado di garantire (prendendo atto che la
riforma Dini del 1995 ha determinato - e sta determinando - una
riduzione degli importi pensionistici)
E così che preso atto del "nuovo" mercato del lavoro
disciplinato dalla c.d. legge Biagi, caratterizzato dalla "precarietà"
dei rapporti di lavoro, è opportuno e necessario intervenire
sugli ammortizzatori sociali, essendo l'attuale disciplina superata
dalla recente legge Biagi sul mercato del lavoro : la recente legge
Biagi sul mercato del lavoro, del resto, può decollare solo
se viene completata da una riforma degli attuali ammortizzatori
sociali (con una disciplina capace di attenuare le difficoltà
conseguenti alla circolarità nelle occupazioni).
Una riforma non limitata alle pensioni ma estesa a tutto il welfare,
e quindi una riforma intesa non solo come strumento per fare "cassa"
ma per meglio tutelare i soggetti più deboli della società
(oltre che i nuovi "bisogni"), darebbe sicurezza soprattutto
alle giovani generazioni che vivono in prima persona la precarietà
dei rapporti di lavoro e la paura di non poter arrivare ad una pensione
decente .
Solo così è possibile porre fine al disorientamento
dell'opinione pubblica sul futuro delle pensioni (e dello stato
sociale in generale) che si è posta in questi ultimi anni
(in conseguenza anche delle troppi voci e troppi litigi fra le forze
politiche) la domanda: conserverò la pensione che percepisco?
Avrò una pensione quando sarò vecchio? A quanto ammonterà
la pensione?.
Con una riforma di tutto il welfare ( e non limitata, quindi, alle
pensioni) sarebbero evitati squilibri gestionali al sistema previdenziale,
oltre che l'adattamento della previdenza alla realtà socio-demografica
in corso.
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