Pietro Mennea: per Barletta un nuovo grande primato

 


Perchè un nuovo partito?


Molti sono i motivi che hanno indotto coloro i quali si riconoscono in un sistema di idee liberali, democratiche ed europeiste a costituire una nuova compagine politica, moderata, centrista ed equidistante dai due "poli" che attualmente si fronteggiano. Tali motivazioni si evidenziano in tutta la loro consistenza rileggendo brevemente la storia patria a partire dagli anni ottanta ad oggi.

Nel delirio di onnipotenza partitico che trovò epifania con i governi a maggioranza democristiana e socialista è da ricercarsi la radice del collasso, avvenuto nei primi anni novanta, che di fatto spazzò via una certa fetta del sistema imperante, consentendo il transito dalla prima alla cosiddetta "seconda repubblica".
Infatti in questi anni abbiamo assistito al tramonto dei grandi che per molti anni hanno governato il Paese, un declino dovuto a varie circostanze tra cui crisi di un sistema (quello dei partiti) che ormai non rispecchiava più l'idea di democrazia in un sistema in cui i movimenti politici hanno perso di vista il ruolo fondamentale di collegamento tra i cittadini che essi rappresentano e le istituzioni.

I partiti dovrebbero essere delle organizzazioni che rappresentino e gestiscano i bisogni dei cittadini: la gente concepisce i partiti come delle organizzazioni che trasmettono quelli che sono i bisogni sociali, che per essere risolti devono essere tradotti in atti legislativi e di governo.

Nel 1994, con la formazione di "Forza Italia", si transitò ad una concezione "aziendalista" dello Stato e della Cosa Pubblica: anch'essa era affrontata e portata avanti secondo i criteri del marketing. Le "idee" vennero equiparate a "prodotti commerciali" e la loro diffusione fu affidata ai sapienti manipolatori mediali, che cominciarono a fare largo uso, come mai era accaduto, tanto dei media televisivi quanto di quelli cartacei. La "realtà" effettuale e la"verità" hanno in tal modo perso la loro consistenza e da allora si tende a "convincere" la grande utenza circa la bontà di ideali e progetti che, immancabilmente, vengono disattesi.

Nell'epoca del sistema maggioritario assistiamo al suo sostanziale fallimento. Voluto e propugnato per sgombrare il campo da ogni voce dissenziente e per favorire una maggiore snellezza nell'azione amministrativa, esso, di fatto, non soltanto non ha risolto alcun problema, ma ne ha addirittura creati molti altri.
Il maggioritario ha concentrato il potere nelle mani di ristrettissime oligarchie, spesso portatrici di interessi molto parziali, tanto è vero che uno dei problemi attualmente più sentiti è quello del cosiddetto "conflitto di interessi": nei fatti nessuno sarebbe tanto folle da legiferare contro se stesso.

Ma, ahimè per loro, anche le grandi aziende, come già accadde per i partiti, hanno mostrato in tempi recenti di avere il "ventre molle e i piedi d'argilla": i casi "Cirio" e "Parmalat", due dei colossi considerati più solidi, stanno lì a dimostrarlo.
Il marasma attuale, insomma, ha annichilito la "democrazia", già duramente colpita nel corso degli ultimi decenni, allontanando la gente comune dalla politica, che non è più sentita alla stregua di civico impegno, di "diritto - dovere del cittadino, ma come un male inevitabile. La politica è considerata un "mestiere" e i politici meri "mestieranti": l'uomo politico è ormai in vetta alla speciale hit parade della diffidenza popolare.

Se all'epoca della "balena bianca" esisteva il clientelismo quale forma di scambio, oggi non si può affermare che il fenomeno sia estinto: soltanto è più limitato.
Or dunque, la scelta imposta dal maggioritario sembra tanto la richiesta, fatta al cittadino, di scegliere tra la padella e la brace, ovvero in quali delle due grinfie opposte finire.
Sicuramente da entrambe le parti esiste la volontà di agire per il bene del Paese, ma il problema è nel fatto che i poveri politici che, di volta in volta, governano o si oppongono, impiegano tutto il loro tempo esistenziale a combattersi per la conquista del potere e quindi non sanno più dove trovare quello indispensabile a produrre atti che vadano nell'aristotelica direzione del "bene comune". Ne risulta una macchina amministrativa goffa e lenta, che velocizza i suoi sistemi soltanto in presenza di forti "interessi", quasi mai collettivi, da tutelare o da propugnare.

Il Partito dei Liberali Democratici Europei nasce, pertanto, per offrire il suo contributo al ripristino di una "democrazia di base", che permetta alla gente comune di esprimere la propria opinione e di influenzare, in tal modo, le scelte operate nei palazzi del potere, che mai come oggi sembrano aver perduto di vista le reali esigenze e le istanze provenienti dal sociale.
I "Liberali Democratici Europei", nascono anche per svolgere questa funzione perché creandosi tale frattura tra la politica e le effettive istanze dei cittadini, il Paese ha bisogno di una forza politica che sia custode delle rivendicazioni di tutti e dei gruppi sociali che oggi non c'è.

Nessuno pretende di risolvere i grandi problemi sociali con l'ausilio della bacchetta magica, ma un vero miracolo sarebbe già consentire al cittadino di compartecipare alle decisioni prese sul suo futuro e, troppe volte, a sue spese.
I Liberali Democratici Europei, rappresentano un partito con un programma di riformismo democratico europeo e che vuole contribuire a costruire un paese "civile".

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