Pietro Mennea: per Barletta un nuovo grande primato

 

EDITORIALE DI EUGENIO CAPODACQUA TRATTO DAL SITO WWW.SPORTPRO.IT

MA COSA C’ENTRANO PESCANTE E IL CONI CON LA LOTTA AL DOPING?
ROMA - "Le vigenti norme in materia di antidoping, di fatto, non tengono conto della vera 'dimensione sanitaria' del problema giacché non viene perseguito l'uso di sostanze dopanti nelle palestre e nemmeno nel mondo dilettantistico giovanile ma solo nelle gare ufficiali a tutela dei numerosi interessi patrimoniali che vengono messi in gioco". Lo afferma il capo del Dipartimento nazionale per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio (Dnpa), Nicola Carlesi, in merito all'inchiesta aperta sull'improvvisa morte della culturista Claudia Bianchi, scomparsa a 34 anni l'8 marzo scorso. Una morte, sottolinea Carlesi, che "deve far riflettere su uno spaccato della nostra società dove il comune cittadino che pratica attività sportiva, non per 'prestazioni agonistiche' ma solo per motivi estetici o per semplice hobby, può tranquillamente morire di doping". "Invece -aggiuge Carlesi- la tutela della salute umana in ambito sportivo deve essere ricondotta al centro di una auspicabile revisione della attuale legge (376/2000), al fine di trattare unitariamente, così come accade per la droga, il fenomeno del doping ovunque si manifesti, prevedendo non solo interventi di prevenzione ma anche un più capillare sistema di controlli ovunque si pratichi attività sportiva".
Carlesi ha concluso annunciando che "il Dipartimento nazionale per le politiche antidroga intende progettare nei prossimi mesi interventi finalizzati ad affrontare il problema dell'uso di sostanze dopanti tra i dilettanti e gli amatori che appare sempre più spesso come un fenomeno di vera e propria dipendenza".
Qualcosa si muove, dunque. Ma ci permettiamo di suggerire a Carlesi di guardarsi bene attorno e di saper discernere altrettanto bene. Perché sul carro della notizia sono pronti a salire immediatamente i soliti politici dell’ultima ora.
Mario Pescante, l’ex presidente del Coni tristemente famoso per le dimissioni dopo l’impeachment per i fatti del laboratorio romano (dove venivano gettate le provette dei calciatori...), ed ora "promosso" a referente governativo (sottosegretario) di FI per lo sport, si precipita a precisare che loro, quelli del governo, hanno già pronta una modifica della legge, che presenteranno a febbraio. «Preso atto che anche il Cio - dice Pescante - ha segnalato la necessità di modificare la legge italiana per allinearla al nuovo codice dell’agenzia mondiale, stiamo elaborando una proposta di modifica della legge che verrà sottoposta all’attenzione del Ministero della salute: vogliamo dare una risposta adeguata alle richieste del Cio, ma anche e soprattutto alla necessità di prevenzione e repressione del fenomeno nelle fasce giovanili e nelle attività attualmente non disciplinate dalla normativa, perché non riconosciute dal Coni". Già, il Coni; come se il Coni fosse o potesse essere la chiave vincente per debellare il fenomeno. Come se il suo passato fosse irreprensibile in tema di lotta alla farmacia proibita; come se il massimo ente sportivo - e il Cio per altri versi - non abbiano più di qualcosa da farsi perdonare. Come se fosse la prima morte nel body building (cosa si è fatto dopo le precedenti?); come se negli anni il Coni, il Cio e lo sport in generale fossero mai riusciti in qualche modo ad arginare o quanto meno a tamponare il fenomeno doping. Un esempio su tutti: il sollevamento pesi, disciplina "confinante" con il body building, che è da anni al centro dei più clamorosi casi di doping nazionali ed internazionali. Per non parlare dei continui e clamorosi casi nell’atletica, nel ciclismo, nel calcio, ecc. segnale di un fenomeno diffuso nel vertice che scende a pioggia perfino fra gli amatori e i non tesserati. L’esempio, il "modello" proposto evidentemente trascina, nel bene e nel male. E cosa ha mai fatto nel tempo il Coni per cercare di cambiare questo modello? Vogliamo, poi, parlare della assoluta insufficienza, per non dire mancanza, di controlli sulle categorie giovanili di tanti sport che sono pure sotto l’egida del Coni? Un Coni che pure in questi tempi difficili è riuscito in un modo o nell’altro ad accaparrarsi dallo Stato il "minimo garantito", una cifra non indifferente, vicina ai 1000 miliardi dei tempi d’oro.
Un Coni che spesso ha assolto dove invece la giustizia ordinaria ha condannato. Come illustra il caso Agricola, scagionato con formula piena dalla Procura antidoping del Coni e condannato, sia pure in primo grado, dalla legge ordinaria. Ora siamo veramente all’assurdo. Il Cio, cioè un organismo sportivo internazionale, secondo Pescante, vorrebbe dettare le linee di comportamento in tema di leggi ad uno stato libero e indipendente. E il tutto dopo aver manifestamente fallito la lotta al doping. Come prova la misera e costante negli anni percentuale delle positività: poco più dell’1%. Se fosse reale quell’uno per cento vorrebbe dire che il doping nello sport non esiste. E, invece, la gente anche quella comune, non solo gli "eroi" di stadi, piscine e palestre continua a morire per doping.
Francamente non si capisce con quale improntitudine un personaggio come Mario Pescante, a suo tempo firmatario (assieme agli altri dirigenti del Coni) delle convenzioni con il famigerato laboratorio di Ferrara, dove venivano scientificamente dopati gli azzurri di varie discipline, abbia ancora la faccia tosta di farsi avanti con proposte che tendono solo e semplicemente a mantenere lo squallido monopolio dello sport anche in un settore delicato come quello della tutela della salute.
Dopo aver fallito miseramente nella lotta al doping nello sport (sotto la sua gestione gli scandali più clamorosi...), con quale "competenza" si ripropone anche su un tema delicatissimo come la prevenzione e la tutela della salute? Possibile che nell’universo politico italiano, che pure non manca certo di risorse e "cervelli", non ci siano forze e intelligenze capaci di farsi avanti con una credibilità un poco meno compromessa?
Prima ancora di modificare la legge occorrerebbe verificare l’operato della Cvd, la commissione di vigilanza della 376, ormai succube delle strategie Wada-Coni al 100%, al punto che se la Wada decide - senza alcuna motivazione scientificamente accettabile - di non ricercare cocaina, cannabinoidi e stimolanti o di depennare la caffeina, i nostri bravi "vigilantes", si allineano ossequianti come scolaretti. Senza neppure chiedersi perché.
Con il bel risultato che proprio per la categoria che dovrebbe essere di riferimento e di esempio per gli altri giovani, gli sportivi, si ammette e si tollera che, lontano dalle gare ci si possa impasticcare o si possa sniffare a piacimento. Insomma la "tutela della salute" che pure impone la legge stessa nel suo primo comma è a termine, vale solo nelle gare. Che fine ha fatto la "tolleranza zero" più volte sbandierata dal senatore Cursi? Parole, parole, parole... E il solito pateracchio. Come la gestione dei test affidata in toto allo sport, attraverso una convenzione con la Fmsi, la federazione medici sportivi. La legge consente alternative; parla di un accredito del laboratorio di controllo anche da "altro organismo internazionale riconosciuto" (ma Sinal e Oms cosa sono, cacca rispetto al Cio?), invece la convenzione è fatta solo con il laboratorio accreditato dal Cio, senza neppure un’asta europea come la non irrilevante entità delle cifre impiegate (senza che neppure i membri Cvd conoscano le procedure d’esame) richiederebbe secondo le normative europee.

I COLLARI D'ORO DEL CONI: DOPATI PURE, CHE POI TI PREMIO...
NOVEMBRE 2004 - C'erano proprio tutti; dagli eroi della spada a quelli dl remo, dagli stakanovisti del pedale ai fachiri della marcia, ai rappresentanti delle squadre più nobili dello sport più in voga: sua maestà il calcio. "Un atto di riconoscenza verso chi ci rende popolari nel mondo", ha stigmatizzato il presidente del Coni Petrucci, riassumendo, con la consueta leggerezza, il significato dei collari d'oro e dei diplomi d'onore conferiti alle società ed agli atleti che si sono distinti in campo internazionale negli ultimi quattro anni. C'erano tutti al Foro Italico; perfino il presidente del Cio, Jacques Rogge (premiato anche lui con il prestigioso collare, combinazione...), e, ovviamente l'onnipresente "mediatore", nonché "angelo protettore" dello sport nostrano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, oltre che il vivacissimo sottosegretario ai Beni culturali con delega allo sport, Mario Pescante; quest'ultimo per ovvi motivi di vecchia militanza a vari livelli nell'Ente che monopolizza tutto nello sport nostrano. Sorrisi a 34 denti, inchini, omaggi, parole di circostanza: "Se lo sport italiano ha successo, è per merito della sinergia positiva che si è creata tra atleti, tecnici e dirigenti", dice ancora Petrucci. Un messaggio che gli arriva dalla bistrattata periferia? E Letta continua nel solco: l'importanza dello sport italiano che fa risultati, l'autorevolezza del ruolo del Coni, e via col vento in poppa delle medaglie di Atene: "Il Coni? Un'istituzione prestigiosa e condivisa da tutti in un Paese spesso diviso". Condivisa? Sarà. Quanto a Rogge, per Petrucci si tratta di "Un dirigente che sta ottenendo risultati concreti con classe e discrezione". Prezioso, si potrebbe dire anche, nel segnalare all'inclita e al volgo come stesse languendo la promozione nostrana delle Olimpiadi invernali Torinesi, aprendo di fatto quella crisi del Comitato direttivo (Toroc) che è sfociato - combinazione - nella nomina di un sagace commissario: l'eterno Pescante (e chi sennò?) riportando di fatto sotto la "cappella" Coni-sport la prestigiosa manifestazione mondiale; onori ed oneri (leggi deficit) compresi. Non sia mai qualcosa sfugga.
E' stata comunque una passerella rutilante. Tra i premiati, anche Valentino Rossi. Vorrebbe, l'ingenuo "centauro" marchigiano, vedere il motociclismo alle Olimpiadi. Ma il presidente Rogge, pur riconoscendo il valore universale del campione delle due ruote, ha ribadito la stretta osservanza delle regole Cio. "Niente sport meccanici ai giochi olimpici": una porta drasticamente serrata. In attesa che lievitino interesse di media, tv e relativi diritti?
"Un atto di riconoscenza verso chi ci rende popolari nel mondo", ribadisce Petrucci distribuendo collari e diplomi. Del resto, c'è da capirlo. Meglio tenerseli buoni, gli atleti e le società sportive. Senza le loro medaglie e i risultati come si giustificherebbe l'intero carrozzone multimilardario? Una cambiale pagata, dunque, come non molti anni fa, sempre a caccia di medaglie e risultati ad ogni costo, si pagavano le convenzioni con quella struttura che i giudici della magistratura hanno dipinto come l'equivalente nostrano del doping di stato nella vecchia Germania dell'est. Ma, si sa, siamo in tempi di magra e la crisi incombe...
Nessun problema. Nel paese dove è stata praticamente depenalizzata la truffa ci si meraviglia che si diano importanti riconoscimenti anche ad atleti che hanno navigato ai confini della "truffa flagrante" e qualcuno addirittura nel bel mezzo? Per una volta e per carità di patria eviteremo di fare nomi e cognomi, però fra gli atleti cui Petrucci &C sono grati in virtù del fatto che "ci rendono popolari nel mondo", ci sono personaggi che sono incappati più di una volta nell'antidoping, che hanno frequentato (frequentano ancora?) medici coinvolti in pesantissime accuse (sempre di doping) della magistratura, che si sono presentati a Olimpiadi col sangue denso come melassa (condizione certamente non "fisiologica"), pur di rincorrere la prestazione e la medaglia; che hanno vissuto l'ebbrezza del baratro, sfiorando in modo assai poco fisiologico i limiti tollerati dal regole; in una parola hanno barato, ingannato, e truffato. Naturalmente non si può e non si deve generalizzare. Atleti e dirigenti degni di un onesto e meritato riconoscimento ci sono pure, non lo mettiamo in dubbio; lo sport per fortuna non è del tutto marcio; però ci si chiede quale messaggio può mai passare presso il grande pubblico se atleti di cui tutti sanno tutto (magagne e "malefatte" comprese) vengono onorati e celebrati dalle massime autorità politiche e sportive come fossero eroi. Dòpati pure che poi, anche se ti beccano, basta che trascorra un po' di tempo e tutto passerà; tutto sarà cancellato e, vedrai, potrai perfino essere premiato.
E che dire del riconoscimento ad una formazione del pallone i cui dirigenti sono coinvolti in un penoso processo per uso ed abuso di farmaci (anche dopanti)? Prevengo immediatamente l'ovvia obiezione. Certo: finché non c'è sentenza passata in giudicato nessuno può essere ritenuto colpevole. Ma c'è anche una questione di opportunità. E' opportuno che il presidente della Fifa Blatter proprio quando sta per celebrarsi la fase finale di un processo in cui una potentissima e blasonatissima squadra di vertice è pesantemente coinvolta in discutibilissime vicende farmacologiche intervenga nel dire che "nel calcio non c'è epo"? Combinazione, proprio l'uso di epo era uno dei capi d'accusa... E' opportuno che la stessa società venga addirittura premiata "perchè ha dato tanto allo sport italiano", come sostiene uno dei suoi augusti (e discussi) dirigenti, e proprio in questi frangenti, addirittura prima che esca una qualsiasi sentenza? Forse per qualcuno tutto ciò è certamente opportuno. Ma vedendo talune facce sorridenti e trionfanti alla premiazione del Coni vogliamo (e possiamo) ancora parlare di valori? E di valori attribuiti allo sport?

Dal Libro “La Repubblica delle banane” – di Peter Gomez e Marco Travaglio – Editori Riuniti – Edizione Giugno 2001 - pagg. 540/541

Mario Pescante (neodeputato Forza Italia nel Lazio). Ex Presidente del Coni, dovette dimettersi nel ‘98 per lo scandalo del laboratorio antidoping dell’Acquacetosa, specializzato nel nascondere il doping dei calciatori. Prosciolto dalla magistratura ordinaria e severamente censurato dalla commissione ministeriale presieduta da Carlo Federico Grosso, Pescante è stato più volte indagato per la sua attività ai vertici dell’ente nazionale sportivo: per la ristrutturazione dello stadio Olimpico (proscioglimento), per i finanziamenti al centro sportivo «Fiamma» dirottati all’Asi,
vicino ad An (rinvio a giudizio per abuso d’ufficio), per i presunti danni erariali provocati dalla rimozione del manto erboso dell’Olimpico (indagine per truffa), e soprattutto per la presunta «banda del doping di Stato» - eritropoietina e affini che avrebbe ruotato intorno al professor Francesco Conconi di Ferrara per alterare le prestazioni di centinaia di campioni sportivi italiani, ovviamente con finanziamenti del Coni (indagine per associazione per delinquere, frode sportiva, abuso d’ufficio, peculato e truffa, con richiesta di archiviazione per Pescante). Forza Italia se l’è subito assicurato. «Il doping - ha annunciato Berlusconi - è uno scandalo montato dalla sinistra. La legge che criminalizza gli sportivi dev’essere rivista».